IL GRANDE CONCERTO NEL CIELO

Andrea Guastella

 

A voler credere a John Milton, «Milioni di creature spirituali si muovono, non viste, sulla terra, quando siamo svegli come quando dormiamo»: sono gli angeli di cui parlano la Torà e le Sacre Scritture, esseri rappresentati, nel corso dei secoli, da una moltitudine di artisti e in una quantità inverosimile di modi, dalle sagome ieratiche dell’arte bizantina alle pose melense di quella ottocentesca. In realtà gli angeli, un po’ come Dio, possiamo solo immaginarceli. Magari con fattezze umane o, parafrasando una splendida lirica di Federico García Lorca, come “pianto”: «Ci sono pochi angeli che cantano. / Ci sono pochi cani che abbaiano. / Mille violini stanno sul palmo della mano. / Ma il pianto è un angelo immenso. / Il pianto è un cane immenso. / Il pianto è un immenso violino. / Le lacrime strozzano il vento. / Non si sente nient’altro che il pianto» (Il pianto).

Anche intorno ai dipinti di Andrea Cantieri, ai suoi enormi ritratti di jazzisti, non si sente nient’altro che un liberatorio, poetico pianto. E, insieme al pianto, il grande concerto di questi angeli moderni, messaggeri di cielo in un mondo sempre più schiavo dell’angoscia, sempre meno capace di bellezza e libertà. Era John Keats, se non sbaglio, ad affermare che la filosofia avrebbe mozzato le ali degli angeli: evidentemente non immaginava neppure le insidie derivate dalle moderne applicazioni della scienza, la solitudine del computer, dell’iPod e del cellulare. Sapeva, però, da buon romantico, quali minacce si celino in un tecnicismo esasperato, come cioè gli artifici stilistici non siano semplici «strumenti di laboratorio ma trappole per dare la caccia agli angeli» (Nicolás Gómez Dávila). Ci sono voluti decenni di avanguardia per tenere lontani gli artisti – poeti, musicisti o pittori che siano – dalle sirene dell’accademismo, dai vantaggi a buon mercato di una facile riconoscibilità. Sirene che, nel suo percorso estetico, Cantieri ha di certo incontrato, ma da cui, lo testimonia quest’ultima serie di dipinti, non si è affatto lasciato ammaliare. I suoi lavori, debitori alla pop art per i fondali monocromi, all’espressionismo astratto e all’informale per la materia ruvida e grumosa, ai manifesti strappati di Rotella per i lacerti di giornale incollati qua e là, e si potrebbe continuare, proprio in ragione di questa ampiezza di rimandi non si lasciano ingabbiare facilmente in schemi rigidi o ripetitivi. Come nella musica che ama, le ampie pennellate con cui delinea i volti di Dexter Gordon o di John Coltrane hanno la determinazione del solco e la leggerezza soffice del fumo di candela. A prima vista, non sempre i profili appaiono netti e definiti. Bisogna guardarli a lungo, sostare nelle più intime pieghe di ogni quadro per lasciarsi conquistare da un lirico gocciolamento di colore o da un improvviso corrugarsi di materia, quasi la tela fosse percorsa da una sotterranea vibrazione che la fa, ritmicamente, aprire e sanguinare. Infine, come per prodigio, il profilo di un volto si compone, per subito sparire in un gorgo di bitume. Racconta nelle sue memorie Mark Chagall come, a San Pietroburgo, un angelo, o qualcosa di simile ad un angelo, gli apparve: «È buio. All’improvviso si spalanca il soffitto; un tuono, un lampo di luce ed ecco irrompere nella stanza un’impetuosa creatura alata, avvolta in volute di nuvole. Un forte fremito di ali. “Un angelo!”, penso io. Ma non riesco ad aprire gli occhi: dall’alto sgorga una luce troppo forte. L’ospite alato vola per tutti gli angoli della stanza, si solleva nuovamente e vola via attraverso la fenditura del soffitto, portando con sé il fulmine e l’azzurro. E di nuovo torna il buio. Mi sveglio». Un’esperienza analoga – visiva, e, incredibilmente, anche sonora – suscita la pittura di Cantieri.

THE GREAT CONCERT IN THE SKY

Andrea Guastella

If we choose to believe in John Milton, «Millions of spiritual creatures walk the earth unseen, both when we wake, and when we sleep»: they are the angels of which the Torah and the Holy Scriptures wrote, beings that have been represented, over the centuries, by a multitude of artists and in an incredible quantity of manners, from the hieratic images of Byzantine art to the silly poses of the XIX century one. Angels, however, are almost like God: they can only be imagined. Possibly with human features or, paraphrasing a marvelous lyric by Federico García Lorca, like “weeping”: «There are few angels that sing. / There are few dogs that bark. / A thousand violins fit in the palm of the hand. / But the weeping is an immense angel. / The weeping is an immense a dog. / The weeping is an immense violin. / Tears strangle the wind. / And nothing is heard but weeping» (The Weeping). Also around the paintings by Andrea Cantieri, those enormous portraits of jazz players, we can heard nothing but a liberating, poetic weeping. And, together with the weeping, the great concert of these modern angels, messengers of sky in a world which is more and more slave of anguish, less and less capable of beauty and freedom. If I’m not wrong, it was John Keats who stated that philosophy would clip an angel’s wings: evidently he didn’t even imagine the dangers that would derive from modern science applications, the loneliness of computers, iPods and cellular phones. As a good Romantic poet, though, he knew how an extreme technicality could hide dreadful menaces, how stylistic devices are not simply «laboratory instruments, but traps to hunt angels» (Nicolás Gómez Dávila). Many decades of avant-garde have been necessary to keep artists – poets, musicians or painters – away from sirens of academism, away from the cheap advantages of an easy recognizability. Sirens that Cantieri has surely met in his aesthetic path, but he never let them bewitch him, as this last series of paintings shows. His works, inspired by Pop Art for its monochrome backgrounds, by the abstract and non-representational Expressionism for its rough and lumpy matter, by Rotella’s torn posters for the pieces of papers attached here and there – and one could continue – quite for this wideness of references don’t allow any rigid or repetitive patterns to imprison them. Like in the music he loves, the broad strokes he uses to outline Dexter Gordon’s or John Coltrane’s faces have the determination of the groove and the soft lightness of a candle smoke. At a first sight, profiles don’t seem always neat and defined. We need to look at them for a long time, we need to dwell upon the inmost depths of each painting and let us be conquered by a lyric dripping of color or by a sudden wrinkling of matter, as if the canvas is crossed by a subterranean vibration which makes it open and bleed rhythmically. At last, like a miracle, it appears the profile of a face, but it soon disappears in a whirlpool of pitch. Mark Chagall told in his memories how an angel, or something like an angel, appeared to him in St Petersburg: «It’s dark. Suddenly the ceiling opens wide; a thunder, a lightening and then an impetuous winged creature bursts into the room, wrapped in swirls of clouds. A swish of wings fluttering. “An angel!”, think I. But I can’t open my eyes: from above a too strong light is flowing. The winged guest flies around all the corners of the room, lifts off again and flies away through the split in the ceiling, taking with it the lightning and the blue. It’s dark again. I wake up». A similar experience – visual and, incredibly, even voiced – inspires Cantieri’s painting.